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Laboratorio di didattica dell'arte “GALLERIA AD ARTE”
Il paesaggio e la memoria

“Un pittore quando dipinge sceglie un angolino, no, non sei matto, hai della fantasia, non lo devi fare proprio perfetto, lo puoi fare come lo pensi”.

Cito la frase di uno dei bambini che ha partecipato al laboratorio di didattica dell'arte “GALLERIA AD ARTE”, per introdurre : “ Il paesaggio e la memoria ”, il tema attorno al quale ho progettato il laboratorio di didattica dell'arte di questo anno, accentrando l'attenzione sul paesaggio industriale e sui luoghi dove l'uomo lavora. Il progetto è iniziato con un corso di formazione che ha visto gli insegnanti coinvolti nello stesso itinerario offerto ai ragazzi.

 

Il paesaggio come totalità è l'insieme di manifestazioni naturali e umane, è il prodotto di una cultura, di relazioni sociali che contiene in sé, oltre alla dimensione di spazio, una dimensione temporale, la memoria di una storia passata e presente.

L'uomo scopre il mondo attraverso il paesaggio . E' una frase che traduce approssimativamente il principio il mondo è ciò che percepiamo. Forme, colori, dimensione e ordine delle cose, ritmo temporale dei fenomeni, limiti e possibilità della materia, gli si rivelano attraverso gli aspetti sensibili della natura sui quali pertanto si forgiano e si modellano le sue capacità percettive, le sue strutture mentali, i suoi comportamenti fisici, psicologici, i caratteri e i limiti del suo stesso fantasticare, immaginare, progettare.” (Eugenio Turri “Antropologia del paesaggio”)

Si definisce paesaggio naturale lo spazio che non ha subito mutamenti per opera dell' uomo, ma non esiste ormai spazio terrestre che non sia stato conosciuto nei suoi aspetti fisici e definizione moderna del paesaggio che non tenga conto della componente umana.

L'uomo da sempre ha rappresentato la natura dandone in ogni epoca svariate interpretazioni secondo le differenti correnti artistiche, le diverse visuali, tutte comunque rivolte a scegliere, a selezionare un frammento della realtà naturale.

Queste riflessioni hanno orientato le mie scelte didattiche, cercando un percorso di relazioni e suggestioni che potessero guidare i bambini verso una visione del laboratorio come spazio dove poter attingere non un modello interpretativo della realtà, quanto piuttosto l'infinita e intricata possibilità di espressione legata alla percezione di ciò che appare davanti ai nostri occhi.

Ed è anche attraverso i sensi che percepiamo lo spazio. Udito, olfatto, tatto, vista partecipano all'elaborazione di un “sentire” e di un “guardare” diverso se stimolato e sollecitato.

Da qui la scelta di ricercare diverse strategie che miraserro a questo obiettivo suddividendo il percorso di lavoro in fasi successive.

VISITA IN GALLERIA

Con particolare attenzione alle opere incentrate sul tema del lavoro di cui cito solo alcuni titoli, accanto ad alcune delle curiose osservazioni dei piccoli protagonisti del nostro percorso:

Francesco Trombadori “La fabbrica”, dipinto del 1950.

I bambini scoprono gli elementi che simboleggiano il luogo: le ciminiere, le strutture geometriche e squadrate degli edifici, l'assenza di elementi vitali: qui non c'è nessuno…

Ampelio Tettamanti “Operai di Milano”, dipinto del 1955.

Le luci dell'alba e il grigiore del cielo si ripercuotono e si confondono nelle espressioni asettiche dei personaggi del quadro, uomini-operai ingoiati dall'automatismo del tran tran quotidiano e i bambini usano un'espressione molto efficace per definire l'immagine: sembra che anche il paesaggio stia per evaporare … le figure sembrano schizzate…sono le cose che succedono ogni giorno…

S i stupiscono elencando la miriade di colori e sfumature che compongono il cielo che a prima vista parrebbe di un'unica tinta.

Botto & Bruno “Ricominciare da”, opera del 1996 dove, attraverso interessanti tecniche fotografiche, viene illustrata la città industriale.

Anche davanti a questo lavoro tornano parole come: paesaggio di spettri dalle forme che scappano…

Andrea Chiesi “Efeso 894090”, dipinto del 1998.

Scenari di archeologia industriale: la fabbrica come realtà abbandonata abnorme, opprimente, asettica. Paesaggio emblematico della nostra società, dove piani e prospettiva si intersecano, dove i colori, blu, nero e viola intervengono ad accentuare questa atmosfera inquietante. Il colore è tremolino e poi è strano è diverso

Jonathan Guaitamacchi “Senza titolo”, gesso e grafite su carta del 1997.

Un quadro che gioca sulle tonalità dal nero al bianco e che ancora una volta attraverso il colore definisce uno spazio emozionale che i bambini percepiscono come silenzioso e freddo . Cattura la loro attenzione il particolare in primo piano: è un tombino dove si mette la gomma dei pompieri sembra un sottomarino un oggetto che primeggia all'interno dell'immagine come simbolo del luogo. Sullo sfondo una periferia urbana dove la natura sparisce per lasciare spazio ad edifici squadrati e grigi ,affiancati come soldatini pronti a partire per chissà quale battaglia.

E di fronte all'opera di Marco Petrus “Centrale termoelettrica”, dipinto del 1997, … sembra l'immagine di un video game… potrebbero arrivare i ladri da un momento all'altro. Anche questo posto sembra abbandonato…

 

Il percorso laboratoriale prosegue con la visione di opere in diapositiva.

Per scoprire diverse interpretazioni della paesaggio che via, via ci sono state date nel corso del tempo, un percorso visivo che cerca di condurre lo sguardo dei bambini a riconoscere le direzioni di senso che hanno percorso e sollecitato il lavoro degli artisti le cui opere abbiamo appena osservato in galleria.

Sguardi a cielo aperto

Il secondo incontro si svolge all'esterno, ogni gruppo classe è destinato alla perlustrazione di un luogo diverso, simbolo del lavoro.

La vecchia Industria Marocchi dove si fabbricavano cucine a legna e carbone, costruita nel 1922, e di cui non resta che la facciata conservata come reperto di un'epoca passata, oggi sovrastata da impalcature per la costruzione di un condominio.

E' bella la facciata della vecchia fabbrica, dovevano lasciarla libera senza attaccarci dietro il palazzo.

La nostra attenzione si sofferma sui particolari, abbiamo delle cornici di cartone come i paspartout che servono per incorniciare una fotografia, ma qui l'immagine è mobile. Saranno i bambini a scegliere un dettaglio interessante, un particolare che rappresenti “ una parte per il tutto”.

Lo sguardo si affina e li appassiona la ricerca di un loro punto di vista.

La serratura arrugginita è triste e abbandonata,aspetta una chiave nuova per aprire il vecchio cancello vicino alla fabbrica che hanno distrutto.

Il dettaglio colpisce la loro attenzione, cercano con cura l'elemento più interessante e con la macchina fotografica avvicinano l'immagine e la zoomata rivela nuove scoperte. L'oggetto perde la sua connotazione per diventare segno, linea, immagine a sé stante.

Carta e carboncino sono il secondo momento importante del nostro viaggio visivo. E' bellissimo osservare l'entusiasmo dei bambini, l'interesse con cui tratteggiano segni e racchiudono nelle loro pagine quel breve momento.

Ancora con la tecnica del frottage e i pastelli a cera rubiamo segni, tracce di questi luoghi: la rete che ci separa dal luogo in cui siamo.

La vecchia Fornace oggi trasformata in ipermercato.

Restiamo all'esterno della struttura e mi colpisce che la prima osservazione dei ragazzi sia rivolta all'unico elemento confortante, il sole, come unica consolazione di un luogo che non ha niente di attraente in questa sfilata di muri con mattoni a vista e allora osserviamo i giochi di luce che si creano contro le pareti dell'edificio. Ancora la fuga verso l'elemento naturale ci porta ad osservare quei piccoli scorci di prato costretti nelle geometrie del pavimento di cemento, le aiuole striminzite dove gli alberi faticano a crescere lasciando intravedere solo il fantasma della natura.

I carrelli della spesa, ordinati, offrono nel dettaglio curiose geometrie; i grandi piloni della luce che si slanciano verso il cielo come guardiani suggeriscono prospettive complesse.

La zona industriale accanto all' IVECO, simbolo per eccellenza del lavoro. Fabbriche, gru, edifici anonimi che negli occhi dei bambini assumono nuove sembianze.

La gru celeste fa il solletico al cielo

Di notte la gru può parlare con la luna piena

Il braccio della gru ha i muscoli di ferro e disegna nel cielo la geometria

Disegna con la matita blu le strade dritte nel cielo

E' come un atleta che fa gli esercizi nell'aria

La gru è simbolo per eccellenza di questo spazio.

Le finestre a specchio delle fabbriche isolano l'interno di questi luoghi dalla nostra vista restituendoci ancora una volta la sensazione del silenzio, ma restituendoci nel riflesso del vetro una realtà deformata da giochi di luce e magiche visioni.

La vetrata azzurra riflette il cielo e si trasforma in un mare di onde chiare.

Pinfari, la fabbrica dove si costruiscono giochi per Luna Park.

I sacchi di cemento abbandonati sono come fagotti di pesanti nuvole bianche che non sono riuscite a stare aggrappate al cielo

Lo stampo del vecchio trenino è ormai un fantasma triste che non sa più dove andare

Un luogo che contiene in sé il sapore del passato, della inesorabile contaminazione tra l'oggetto costruito dall'uomo, abbandonato e risucchiato dalla natura che attraverso le tracce di muschio e le ragnatele fittissime si sforza di inglobarlo a se stessa.

Il cantiere dove tra qualche anno sorgerà l'ennesimo ipermercato dove ora s'intravede solo la grande struttura di cemento armato, lo spazio occupato dal cantiere è enorme e ovviamente inagibile. Lo aggiriamo percorrendone i confini e scoprendo le interessanti fughe prospettiche dove il contrasto della luce è molto evidente e suggerisce forme interessanti.

La Galleria dove si trova la Banca e altri uffici affacciati sulla Piazza del centro di Suzzara.

Un luogo che sembra essere rimasto fermo nel tempo con il soffitto di vetri incastonati e le ringhiere delle scale di ferro battuto che ricordano i motivi ornamentali che andavano di moda negli anni '50.

Non si tratta di disegnare dal vero quello che osserviamo, ma piuttosto di imparare a guardare ad osservare la realtà per ricrearla.

Così come nell'arte oggi prendono corpo nuove modalità con cui il mondo può essere osservato e rappresentato, attraverso distorsioni prospettiche, ribaltamenti spaziali, deformazioni, giochi cromatici, alterazioni che modificano l'aspetto consueto e letterale della realtà fisica, facendola diventare altro da sé.

La terza e ultima parte del nostro percorso didattico si svolge presso la Galleria del Premio, nello spazio laboratorio dove ai ragazzi vengono mostrate le diverse tecniche che potranno utilizzare per realizzare il loro lavoro (collage, macchina fotocopiatrice, pittura) i diversi tipi di supporti e di colori (pastelli a olio, tempera, matite..).

I materiali che hanno prodotto e raccolto, come disegni, fotografie realizzate con la macchina digitale e la polaroid, osservazioni scritte, elaborate anche a scuola, fogli con cui, con la tecnica del frottage, hanno fermato segni incontrati nel passaggio, altri oggetti che hanno raccolto e conservato come reperti archeologici di questa realtà, diventano ora il punto di partenza per organizzare visivamente la memoria di questo viaggio.

A poco a poco si delinea il progetto di ogni singolo lavoro ed è forse il momento più complesso dove il puzzle si completa.

 

Marcela Barros

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