Da: La Chimera di
Sebastiano Vassalli
Nella primavera del 1600 Zardino invece esisteva, ed era anzi del tutto inconsapevole di dover scomparire entro pochi anni: un piccolo borgo come tanti altri piccoli borghi della bassa col suo paesaggio di vigneti e boschi verso le paludi e gli argini del fiume; di prati e di baragie (terreni incolti, brughiere) verso Biandrate; di campi di granoturco, di grano e di risaie verso Cameriano e verso Novara. Con le sue due collinette, dette dossi, formate dai depositi del Sesia: che sovrastavano le case verso nord e riparavano l'abitato dall'impeto del fiume durante le piene. La strada principale di Zardino era quella che entrando dalla parte di Novara e del mulino cosiddetto "dei tre Re" attraversava tutto il paese, fino alla piazzetta della chiesa; su quella strada s'affacciavano i cortili e le case, fatte in parte di mattoni e in parte di quegli stessi sassi che erano stati tirati fuori dal terreno da chi lo aveva reso coltivabile qualche secolo prima, e che poi erano serviti per costruire le prime case in muratura, e per acciottolare le strade. I balconi erano in legno, e così pure le tettoie per tenere riparati gli attrezzi e i carri; le stalle, anziché essere ricoperte di tegole come le abitazioni degli uomini, avevano tetti fatti di paglia impastata con il fango. Tutto ciò che si vedeva stando tra le case era grigio, angusto, primitivo e però anche, nella buona stagione, tutto era fiorito di convolvoli e di roselline rampicanti, l'edera si affacciava in cima ai muri, tralci di vite s'intrecciavano ai balconi, lasciavano pendere i grappoli così bassi che non c'era bisogno di scala per raccoglierli, bastava alzare la mano.
Immagine
1 Manuel
Golinelli
Immagine 2 Aureliano Menotti
Immagine 3 Eleonora Zoni
Immagine 4 Samantha Ruberti