Da: Il profumo di P. Suskind
Al tempo di qui
parliamo nella città regnava un puzzo a stento immaginabile per noi moderni.
Le strade puzzavano di letame, i cortili interni di orina, le trombe delle scale
di legno marcio e di sterco di ratti, le cucine di cavolo andato a male e di
grasso di montone; le stanze non aerate puzzavano di polvere stantia, le camere
da letto di lenzuola bisunte,
dell'umido dei piumini e dell'odore pungente e dolciastro di vasi da notte.
Dai camini veniva puzzo di zolfo, dalle concerie veniva il puzzo dei solventi,
dai macelli puzzo di sangue rappreso. La gente puzzava di sudore e di vestiti
non lavati; dalle bocche veniva un puzzo di denti guasti, dagli stomaci un puzzo
di cipolla e dai corpi, quando non erano più tanto giovani, veniva un
puzzo di formaggio vecchio e latte acido e malattie tumorali. Puzzavano i fiumi,
puzzavano le chiese, c'era puzzo sotto i ponti e nei palazzi. Il contadino puzzava
come il prete, l'apprendista come la moglie del maestro, puzzava tutta la nobiltà,
perfino il re puzzava, puzzava come un animale feroce, e la regina come una
vecchia capra, sia d'estate sia d'inverno. Infatti nel diciottesimo secolo non
era stato ancora posto alcun limite all'azione disgregante dei batteri, e così
non v'era attività umana, sia costruttiva sia distruttiva, o manifestazione
di vita in ascesa o in declino, che non fosse accompagnata dal puzzo.
Immagine
1 Aureliano
Menotti
Immagine 2 Francesca Zilioli
Immagine 3 Simone Rebegoldi